Smart working: un esempio realizzato

Posted: Marzo 20, 2019 by designfanzine

Smart working non significa lavorare da casa. La moda degli ultimi anni ha generato una interpretazione superficiale del fenomeno. Infatti, se di mera voga si trattasse, le numerose aziende che hanno intrapreso delle iniziative a riguardo, avrebbero già fatto un passo indietro. E invece le sperimentazioni proseguono, a beneficio di tutti.

Conviene alle imprese perché aumenta la produttività e riduce i costi. Piace ai dipendenti che operano con maggiore flessibilità e autonomia, sulla base di obiettivi prefissati.

L’evoluzione passa attraverso la customizzazione degli strumenti operativi, il ricorso a tecnologie digitali avanzate, il mutamento del rapporto tra datore e dipendente e soprattutto tramite il ripensamento del layout fisico dei luoghi di lavoro.

Ripensare gli ambienti di lavoro

Lo smart working è lontano dall’idea di postazione fissa e sala riunioni avvolta nel cellophan. Non è praticabile solo fuori dall’ufficio, ma prevede una continuità operativa dell’utente, tra sede di lavoro e remoto.

La metà delle imprese che ha affrontato un’evoluzione in termini di smart working, lo ha fatto ristrutturando i propri uffici. Questi diventano ambienti in cui poter coltivare la crescita personale e, di conseguenza, il business aziendale.

L’integrazione tra gli elementi dell’ufficio e del paesaggio domestico è sempre più forte; svolgere il lavoro in un luogo più familiare aiuta ad affrontare gli incarichi con maggiore serenità.

Un esempio realizzato

Non sorprende il fatto che le imprese digitali siano tra le più innovative, e non solo in campo tecnologico. È il caso di Docomo Digital, filiale europea del gruppo nipponico Ntt Docomo, leader di classe mondiale in ambito di M-Commerce.

L’azienda ha una sede italiana a Milano, a due passi dal Parco delle Basiliche, in un contesto di tutto rispetto. Occupa tre piani di un edificio dei primi del Novecento, per un superficie complessiva di 1500 mq.

Quando l’incarico per la progettazione viene affidato a Cristiana Vannini, la Docomo Digital è pronta ad investire in un cambio di immobile. L’azienda soffre numerosi disagi dovuti all’apparente inconciliabilità tra le proprie esigenze di flessibilità e innovazione e le caratteristiche intrinseche dell’edificio storico.

Le esigenze aziendali

L’azienda vuole trasmettere un’immagine pulita, moderna, tecnologica e allo stesso tempo favorire una mentalità start-up, ovvero fluida, dove è sempre tutto in divenire.

In perfetto accordo con i principi dello smart working, i dipendenti devono poter lavorare da soli o in team, e poter coniugare i momenti di lavoro con quelli di pausa e aggregazione. Il programma funzionale prevede la presenza di spazi di lavoro comune e sale riunioni, ridimensionando gli uffici dedicati e direttivi.

Cristiana Vannini evidenzia le potenzialità dell’immobile e prospetta al cliente la possibilità di recuperare la sede. L’azienda, con una visione lungimirante, acconsente e richiede di mantere i più di 100 dipendenti all’interno della struttura durante l’esecuzione dei lavori: una bella sfida.

La strategia progettuale

La riqualificazione del patrimonio immobiliare esistente non è un fatto banale, ma di certo è un dovere morale. In un Paese come l’Italia è importante instaurare un giusto dialogo compositivo tra i vincoli architettonici e la contemporaneità, sia dal punto di vista estetico, che funzionale.

Prima dei lavori la bellezza dell’immobile è nascosta. Il progetto prevede la rimozione di arredi e partizioni, affinché possano riemergere la struttura a pilastri con le le campate, i soffitti alti, le grandi luci e gli stucchi originali dell’atelier.

Per rispettare la volontà del cliente di mantenere la completa operatività dei dipendenti durante la ristrutturazione, si elabora un piano di lavoro per fasi che richiede una gestione interna del personale estremamente delicata. L’esperienza professionale di Cristiana Vannini ha permesso inoltre di mantenere i costi di ristrutturazione e allestimento fortemente al di sotto dei normali parametri commerciali.

Al progressivo cablaggio dell’immobile vengono accostati gli impianti a vista, dal sapore vagamente industriale ed ordinati secondo un rigoroso sistema gerarchico.

L’intera intuizione progettuale è caratterizzata da una sofisticata femminilità; si immaginano ambienti pervasi da un senso di accudimento e versatilità, mediando tra linguaggi architettonici e funzionali apparentemente antitetici.

I grandi open space

Ai grandi open space si frappongono sfiziose aree di decompressione. A volte si tratta di un coffe point ben mimetizzato, altre volte di telephone booths immersi nel verde. Le cromie sono tenui e neutre, i pavimenti flottanti necessari ai cablaggi, sono rivestiti con materiale vinilico autoposante a trama tessile, a suggerire un grande tappeto.

Gli arredi sono essenziali e funzionali; al contrario, il sistema dei contenitori disegnati ad hoc ha un carattere forte e segnaletico. Piccoli oggetti appartenenti ai luoghi dell’abitare invadono l’ufficio, con disinvolura e naturalezza.

L’ufficio dirigenziale

È facile parlare di condivisione ai propri dipendenti quando si può godere di un’ufficio grande quanto un appartamento. Il valore di un’impresa si manifesta anche attraverso la coerenza dei vertici.

Lo smart working deve coinvolgere tutti. Anche il CEO della casa madre giapponese, il fondatore ed il CEO della filiale italiana hanno optato per un ufficio dirigenziale in comunione.

Interior Contractor ZeroT.

Made in Italy

Arredi e complementi

Divano ufficio dirigenziale: spHaus

Pavimenti

Open space: Liuni

Foto Saverio Lombardi Vallauri e Luca Rotondo. La gallery completa su www.cristianavannini.it

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